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31 luglio 2005

>UN FILM PARTICOLARE

Va bene, facciamoci dei nemici. Il filmino delle vacanze di Stefano Rulli e Clara Sereni, de «La Città del Sole», del disagio psichico e dell’amore per la diversità, della normalità presunta e dell’handicap reale, di loro figlio e di tutti quei ragazzi che frettolosamente chiamiamo «diversamente abili» e con cui questa volta invece siamo chiamati a misurarci per davvero, costretti ad affrontare una difficoltà autentica come l’handicap mentale o fisico senza ipocrisie diffuse, buonismi di maniera o maniere di bontà fasulla, è un’operazione un po’ furbetta. Matteo, per assurdo, ha la fortuna di essere figlio di uno sceneggiatore famoso e di una scrittrice bravissima che è pure personaggio di una famiglia di enorme rilievo storico e politico, e proprio per questo il suo disagio si fa più piccolo di quello di tanti altri ragazzi sfortunati come lui, magari con genitori disoccupati od operai. Nessuno nega il valore di questo oggetto digitale, l’impegno di scrittura, l’indubbia qualità cinematografica e i meriti profondi che già gli abbiamo riconosciuto, ma proprio partendo dal messaggio che Rulli vuole e lascia, ci si chiede quante famiglie, nei cassetti di casa, raccolgano le emozioni di dolori e gioie dati dal figlio malato o handicappato in riprese amatoriali. Senza magari essere vice sindaco di Perugia, tenere la copia de la Repubblica in bella vista e senza quell’aria di superiorità intellettuale tipica della sinistra morettiana.

Un silenzio particolare (id., Italia, 2004, sala)
Regia di Stefano Rulli




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29 luglio 2005

>PUPI AVATI TI SCRIVO

«Questa storia è autobiografica e voi non sapete quanto». Nemmeno ci interessa tanto a dire il vero, caro Pupi, ma ti stiamo ad ascoltare volentieri perché pensavamo fossi un uomo austero e un tantino noiosetto, e invece ti dimostri un personaggio vivace e spiritoso, anche se quell’arietta da chi (a ragione, per carità) se ne sta sul piedistallo, non ti sforzi di nasconderla nemmeno un pochettino. Poi, chiaro, nessuno ti avrebbe mai chiesto di parlare male del tuo film, sia mai, ma tra elogiarlo e venderlo furbescamente come se fosse un preziosissimo lavoro cinematografico, di differenza ce ne passa. Ora, sei orgoglioso dell’idea delle comete, del casting degli attori, del copione scritto con una freschezza di battute spiritose ai limiti veramente dell’idiozia, di «Un play back che neanche gli americani sanno fare», quello di Santamaria che muove le dita su quella tromba alla perfezione, di Vittoria Puccini di cui ti cimenti a riprendere il seno bianco e leggero di profilo per ben due volte, di tutte le scene velatamente sexy in generale, di essere riuscito a far condividere al pubblico la vicenda di Gianca e solo quella, della stessa sua voce fuoricampo «Autoironica e non serioso», del finale «Volutamente aperto» che, da applausi, non hai voluto nemmeno sfiorare di chiarimenti preferendo fare arrabbiare chi voleva sapere, chi chiedeva spiegazioni, chi tentava orribilmente e goffamente e ingenuamente di distruggerti quel minimo di amarognolo sincero che a fatica sei riuscito a trovare pur in zona Cesarini.

«Questa storia è autobiografica e voi non sapete quanto». E poi racconti di Dalla e della Dixie Jazz, del clarinetto e degli scout, della differenza tra talento e passione che sta alla base del tuo film ma che di fronte al pubblico ti fa entrare entro una morale parecchio protestante, per un cattolico come te. Accenni veloce al tuo prossimo film, prendi in giro chi è venuto solo per soddisfare la sua curiosità e ora vuole parlare degli enfant prodige del panorama jazzistico nazionale o di chi si accontenta anche solo dei compositori di musica da ballo romagnola.

«Questa storia è autobiografica e voi non sapete quanto». Per spiegarcelo ci racconti di tuo nonno, che alle donne toccava sempre il culo, in un altro tempo, in un'altra epoca, in una situazione in cui la palpeggiata difficilmente avrebbe potuto reagire se non accettando a malincuore quella mano invadente. E quando racconti di tuo figlio, di quello che va al cinema con la sua amica e a te sembra così strano che possa uscire con una ragazza che non è la sua ragazza, di quel tuo figlio che poi uscito dalla sala con la sua amica continua a discutere di quel film prima di tornare a casa, e a te sembra ancora più strano e difficile capire come non ambisca per nulla a un dopo-cinema, noi sorridiamo e ci riconosciamo e tu commenti che anche di questo volevi parlare, e cioè dell’amicizia tra uomo e donna, prodotto unico e sincero, prodotto tipico di una generazione che stimi, invidi ma che non ti appartiene.

«Questa storia è autobiografica e voi non sapete quanto». Non lo sapremo, sei giustificato, non ci hai convinto ma dal vivo ci sei piaciuto tanto. Il film, quello meno, è solito cinema italiano, e tu sei un regista che, talento a parte e passione in spalla, a sessantasette anni dai ancora l’impressione di poter fare qualcosina in più.

Ma quando arrivano le ragazze? (id., Italia, 2005, Percorsi nel cinema italiano)
Incontro con il regista, Parco delle Cappuccine, Bagnacavallo




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29 luglio 2005

>POSSONO PURE NON ARRIVARE LE RAGAZZE

Ovvero del come ignorare quella di Elisa di Rivombrosa e provare a capire se qualcosa di buono c’è e rimane. Del come ignorare un impianto semicomico e semiserio, in una storia provincialotta e borghesuccia, che strizza l’occhio agli amanti della musica, forse li scontenta ma di certo è chiara e facile per tutti. Del come insomma non criticare una messa in scena dettagliata, patinata e innamorata, di un Pupi Avati che si è messo a fare un film all’anno, sempre e solo alle prese con lo stesso modello di femmina, e a suo agio sempre e solo con il racconto del sentimento maschile un po’ puerile. È talmente un racconto prolungato e diluito l’ultima fatica dell’ex presidente di Cinecittà Holding che potrebbe pure sembrare un saggio. Una spiegazione ai più maturi, diciamo quarantacinque almeno e oltre, di quei ventenni del tempo presente che spesso il cinema italiano racconta quando ormai sono già trentenni. Corna e fiati, risate e scemenze, localini di città e trattorie su a San Luca, Eliana Miglio irritante come mai e la storia di un benzinaio che diventerà un grande e di un rampollo che parte in vantaggio ma che poi sarà costretto ad inseguire in affanno. Johnny Dorelli sempre bravo riduce i danni di uno di quei filmetti che sarebbero andati anche molto bene un tempo, che continuano a risicare pezzettini di successo ma di cui si farebbe volentieri a meno.

Ma quando arrivano le ragazze? (id., Italia, 2005, sala)
Regia di Pupi Avati




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29 luglio 2005

>SE MIA NONNA AVESSE LE PALLE, SI CANDIDEREBBE PURE LEI

Dicono che il metodo delle primarie è un grande percorso democratico. Dicono pure che da ottobre, dopo quelle per la leadership del centrosinistra, le primarie diventeranno metodo, pratica indispensabile quando si devono scegliere o indicare ruoli di responsabilità istituzionale, sia in ambito di partito che di coalizione.

Mi chiedevo allora quale grande contributo democratico, di discussione politica e di dibattito autentico avranno aggiunto le primarie al paese, ai partiti e alla coalizione dell’attuale opposizione, se come da pronostico Romano Prodi verrà incoronato re de l’Unione. Se le primarie diventassero vero metodo poi, e non solo dichiarazioni di volontà, per le politiche 2006 il centrosinistra dovrebbe estenderle ad ogni collegio parlamentare. Se questo sentiero di coerenza, partecipazione e democrazia fosse seguito, non esisterebbero più i paracadutati eccellenti nei collegi blindati, perché territorialmente alle primarie per Camera e Senato, se veramente libere, prenderebbero parte personalità locali che riscuoterebbero le maggiori simpatie degli elettori. E se al Mugello la spuntasse un candidato toscanaccio e montanaro, Marco Rizzo o Severino Galante resterebbero disoccupati. Se le intenzioni fossero tutte queste, la candidatura in un collegio sarebbe però in larga parte espressione di sforzi economici maggiori di un candidato alle primarie rispetto a un altro, e se tutto quanto il sistema si consolidasse profondamente, difficile diventerebbe rinunciare ad un maggioritario puro in sede di legge elettorale. E allora se i verdi, i rifondaroli e i popolari mastelloni sostenessero convinti il proporzionale, perlomeno quello alla tedesca, dovrebbero boicottare fin dalle intenzioni il metodo delle primarie, dovrebbero rinunciare per coerenza pure a quelle dell’ottobre prossimo, quelle che daranno il via alla «pratica indispensabile». E se sulla scheda gli elettori trovassero solamente i nomi di Prodi e di Di Pietro, che «grande percorso democratico» sarebbe? E alla fine, con tutti questi giochi di partito, poteri ed interessi, quale sarebbero «scelta e indicazione del ruolo di responsabilità» da parte dei cittadini?

(Mi sa comunque stiamo discutendo con quelli del «Senza se e senza ma»).




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28 luglio 2005

>LO SPASSO DEI MORTI VIVENTI

L'unica obiezione possibile è che per essere un morto vivente lo zombie benzinaio, quello brutto e negro, è un po’ troppo leader per risultare credibile, e occupa la scena un po’ troppo per essere simpatico. E poi che tra la zombie femmina con la bocca disfatta oppure quell’altro dell’orchestrina, di questa massa di corpi distrutti e poetici, malinconici e romantici, alla fine sono solo quattro o cinque quelli che si ricordano. Comunque e in ogni caso, bentornato maestro George A. Romero, e chi si azzarda a obiettare qualcosina d'altro trovi pure posto altrove, che di horror, anche assurdamente vietati ai quattordicenni e via in giù, ne troverà più che a bizzeffe. Il bello di questa storiellina breve di umani rinchiusi, zombi «in cerca di un posto dove andare» e umani anche loro «in cerca di un posto dove andare», che poi sarebbe uno scappare dalla distruzione dei morti che camminano conseguenza dei capitalisti che affamano e distruggono, ma le letture, o le esaltazioni, o le indignazioni per i motivi della politica le lasciamo qui volentieri ad altri, è che questo registone newyorkese sa come si usa la macchina da presa. La luna che si dissolve nello specchio d’acqua prima dell’attacco definitivo, il monitor lcd che manda in onda permanentemente lo spot della cittadella bella, i «fiori del cielo» o Robert Joy che lecca il suo fucile prima di colpire, sono chicche di un lavoro che si dichiara e vive il suo successo di b-movie e che però è puro spasso.

La Terra dei Morti viventi (Land of the Dead, Canada/Francia/Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di George A. Romero




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28 luglio 2005

>LA VERAMENTE FORMIDABILE DOGTOWN

Succede che a vederli di nuovo, questa volta quelli veri, si esce molto più contenti. In pratica è come leggersi il libro dopo aver visto il film, e siccome qui da leggere ci sono soltanto i giornali specializzati americani, il trucco funziona a meraviglia con il documentario. Che poi quando i documentari sono realizzati, anzi no, proprio studiati, anzi meglio, meditati in questa maniera, sono dei veri spettacoli superiori ai veri film. Non perché si voglia essere degli snobbini intellettualoidi, ma perché quando il ritmo è paragonabile a quello di un videoclip musicale, con note di sottofondo o di sopravvento che vanno da «Volare» all’haevy metal, e quando la scelta è quella di piazzare rapidissimi frammenti in bianco e nero di intervista ai protagonisti alternati al repertorio di immagini di acrobazie mozzafiato, ecco, da tutto questo esce un ottimo prodotto di divertimento e di cinema. E così i tre lord di quel ghetto sul mare che «È sporco, è lercio, è un paradiso», Jay Adams, Tony Alva e Stacy Peralta, un po’ sfatti, un po’ invecchiati, un po’ divi, un po’ amici, un po’ sorridenti, un po’ cool e sempre e comunque alla grande, raccontano il riscatto del proletariato alla periferia di Santa Monica, mostrandosi in tutto il loro splendore di ragazzini mentre facevano quel che gli pareva su quella loro tavola a rotelle nata dal surf e cresciuta nel puro talento.

Dogtown and Z-Boys (id., Stati Uniti, 2001, sala)
Regia di Stacy Peralta




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