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31 marzo 2005

>LA MIA SETTIMANA ELETTORALE - 2

E così Romana Rava ci ha spiegato un po’ di cose. Ci voleva una pensionata da 500 euro al mese, l’ultima categoria di persone che forse riesce a dare ancora un significato alle parole senso civico.

E cosa ci ha detto mai di così eclatante la nostra lettrice? Quello che sapevamo, in fondo, ma quello che non abbiamo mai avuto il tempo, il modo, la voglia di andare a controllare. Ci ha detto come vengono sorteggiati gli scrutatori dei seggi elettorali. O meglio, ci ha detto come non vengono sorteggiati gli scrutatori dei seggi elettorali di Faenza. Basti questo: nessun nome di nessun scrutatore di nessun seggio viene mai pronunciato ad alta voce.

Fa il paio con mia mamma, che alle ultime Europee aveva sbagliato a votare (certo, lei poteva stare più attenta, e non ha giustificazioni). Ha chiesto un’altra scheda, e naturalmente le è stata data. Solo che quella sbagliata gliel’ha presa il presidente del seggio, gliel’ha aperta e se l’è messa sotto il banco. Serietà. Serietà da denuncia.

Ma è regolare. Sono regolari i sorteggi truffa, sono regolari i brogli, sono regolari quei presidenti che si prendono pause di otto–dieci ore e poi tornano e fanno votare il cittadino con la licenza di caccia e pesca invece della carta d’identità.

È tutto regolare, quando ci sono in mezzo i soldi. Nessuno, lì dentro, dovrebbe essere pagato. Nessuno, lì dentro, dovrebbe prendere le centinaia e centinaia di euro pubblici che vengono riconosciuti. Il personale del seggio viene pagato per ricevere l’onore più grande che un cittadino possa ricevere: servire la Repubblica nel momento più alto della democrazia.

Guardare e contare e annotare i voti dei propri concittadini dovrebbe essere un dovere morale e civico. Tra i tanti sperperi del denaro dei contribuenti, quello di riconoscere un indennizzo a chi non fa altro se non conservare e promuovere e far crescere e germogliare ad ogni elezione la democrazia, è assolutamente il più schifoso.

Senza movimento di soldi, si svuoterebbero subito le liste di iscrizione a presidente o scrutatore al seggio. Il sorteggio diventerebbe all’istante un momento solenne e di assoluta serietà. Il cittadino, andando a votare, non ritroverebbe nella sua sezione sempre e soltanto quelle stesse identiche brutte facce di persone che stanno lì solo per prendersi il riconoscimento in denaro.

Senza movimento di soldi nei seggi elettorali, saremmo un vero Paese. Saremmo quel Paese che noi ci ostiniamo a non smettere mai di voler costruire.




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30 marzo 2005

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO - 11

Nel patriottismo dei combattenti della Repubblica Romana c’è il cuore di una bella utopia della libertà: l’ideale di una comunità civile in cui tutti possano vivere come cittadini, dove a nessuno sia permesseo di dominare, né con la forza né con i favori, e dove nessuno sia costretto a servire, a tenere gli occhi bassi, a tacere per paura o per povertà, o per mancanza di educazione. L’ideale di una comunità civile che vive insieme ad altre comunità civili, uguali per il comune impegno per la libertà.

Questo nuovo ideale della libertà può diventare oggi una nuova utopia politica, un ideale politico e sociale, capace di ridare forza e bellezza e passione alla politica, capace di parlare ai cuori dei giovani. È un ideale che ha un passato, un passato che può rivivere con le narrazioni i simboli, con le celebrazioni, e proprio per questo può diventare cultura, impegno, passione.

È un’impresa ambiziosa, di grande rilievo culturale e civile, di portata nazionale e internazionale. Le donne e gli uomini della Repubblica Romana ci hanno dato molto: ci hanno dato la possibilità di pensare al passato del nostro popolo come ad una storia di donne e uomini che hanno saputo amare la Patria nel modo giusto.

È giunto il tempo di cominciare a saldare, almeno in parte, il debito morale che abbiamo con quelle donne e quegli uomini che oggi commemoriamo.

Il vero modo per fare questo è impegnarci a fare di questa nostra Repubblica una vera Repubblica di cittadini. Impegnarci, ciascuno di noi come può e come vuole, a tenere viva e rafforzare la cultura civile. Solo se sapremo portare avanti con coerenza questo obbligo ideale, le donne e gli uomini che oggi commemoriamo vivranno nella storia della libertà e noi vivremo la nostra vita con dignità.
(7.fine)

Maurizio Viroli




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29 marzo 2005

>LA MIA SETTIMANA ELETTORALE - 1

Per andare a votare, domenica mattina voglio mettermi questa:




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28 marzo 2005

>JU-ON. E ALLORA?

Facciamo che la paura l’abbiamo avuta prima, perché durante, tra quel che non capivamo e quel che cercavamo di capire, di tempo per aver paura non ce n’è stato. Facciamo che eravamo talmente pronti a spaventarci, talmente convinti della paura terribile e malefica che ci avrebbe assalito, che nemmeno un brivido piccolino abbiamo sentito, che quando si è preparati al peggio tutto si affronta con più serenità. Facciamo che è colpa nostra, sicuramente, decisamente. Facciamo anche che però qualcuno, adesso, ci spiega, perché altrimenti il film è davvero una megacretinata. Per carità, siamo stati anche comodi, e specie all’inizio le premesse e le promesse ci erano piaciute. Solo che le premesse e le promesse, che si salvano solo insieme all’incastro narrativo, non pagano affatto, non basta un bambino colorato male nel letto che al limite ti inquieta ma che più di così, poverino, non riesce a fare. Questi giapponesi qui sono simpatici, ma hanno un’agitazione e tutta una serie di tic nervosi così poco orientali e difficili da eliminare, perché non è possibile che tutte le volte che sentono un rumorino leggero o suona il telefono saltino su se stessi guardandosi intorno con sospetto e raccapriccio. Facciamo che ci rinunciamo, che non siamo in grado. Facciamo che la prossima volta cominciamo ad urlare, così, tanto per fare qualcosa.

Ju–on (id., Giappone, 2000, tv)
Regia di Takashi Shimizu




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27 marzo 2005

>UNA MALEDIZIONE DA POCO

Dai, caviamocela con poco. Helen Hunt è bruttina. Una bruttina brava e una bruttina che piace. Charlize Theron è molto bella, ma troppo bionda. Una biondona brava e una biondona che piace, che piace ancor di più della collega. Dan Aykroyd è simpatico a pelle, e anche lui, ma sì, può piacere. Woody Allen è ancora più minuto, ancora più occhialuto, ancora più beige, con quei colori che indossa dall’inizio alla fine, ancora con le sue idee e trovate umoristiche, ancora con un film che dice poco e si dimentica in fretta. Torna indietro nel tempo, inizio anni ’40, ci mette il giochino stupido dell’ipnosi, parla tanto, diverte, mette di buonumore e nulla più. Il film sembra anche più lungo di quello che è, perché mancano cambi di ritmo e le battute sagaci a un certo punto non bastano più. Un film bruttino, una storia bruttina. Ma una storia bruttina ben confezionata e una storia bruttina che piace. Una storia talmente inutile e impelagata su se stessa che pure il finale per certi versi scontato può apparire come bello e puntuale. Basta cominciare a sorridere, poi ridere, poi magari qualche volta trovare anche il fragore della risata, e siamo già contenti così. Inutile, siamo qui per cavarcela con poco. Con molto poco. Del resto anche Allen ci è parso di questa idea.

La Maledizione dello Scorpione di Giada (The Curse of the Jade Scorpion, Stati Uniti/Germania, 2001, dvd)
Regia di Woody Allen




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25 marzo 2005

>SERIE DI BELLE AVVENTURE, MANCATO EVENTO DI CINEMA

Vale quasi sempre la pena raccontare al cinema le pagine dei libri di successo per ragazzi. Vale la pena perché la curiosità dei ragazzi sarà tale che difficilmente eviteranno di avere tra le mani quel libro che gli è appena stato letto. Lo vorranno leggere loro, tutto, o almeno vorranno sfogliarlo per verificare se i disegni hanno davvero le facce di quegli attori. Qui la faccia principale, da moltiplicare per tre personaggi diversi, è quella di Jim Carrey, uno a cui vengono riconosciuti unanimemente parecchi complimenti, uno che spesso finisce per irritare quelli che malsopportano le sue interpretazioni sopra le righe. Ma questo è un film costruito esattamente per lui, e come direbbe la sagoma in ombra del narratore che sta battendo ad una vecchia macchina da scrivere questa storia, siete ancora in tempo a cambiare sala. Non che vi perdiate granché, in effetti: una sempre brava Meryl Streep, un regista di basso profilo che però vuole imitare il genio di Tim Burton, effetti speciali frettolosi, le tanto sospirate atmosfere gotiche, titoli di coda che sono un'opera d'arte, e una bambina fantastica che si esprime con i sottotitoli. Poca cosa, è vero. Ma almeno qualcuno si è preso la briga di portare al cinema le belle avventure degli orfani Baudelaire. E fidatevi: c'è sempre qualcosa da inventare, da leggere e da mordere.

Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi (Lemony Snicket's - A series of unfortunate events, Stati Uniti, 2004, sala)
Regia di Brad Silberling




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