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28 febbraio 2005

>AND THE WINNER IS




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28 febbraio 2005

>FORTE PLATOON

E allora il kolossal sulla guerra del Vietnam. Filo conduttore l’inferno, e obiettivo, riuscito, di mostrarne tutto il sangue, la violenza, la crudeltà, la ferocia subita e praticata, la logica di una complessità rigorosamente strutturata. Punto di vista gli occhi di uomini e ragazzi, con tanti difetti e storie da raccontare, insieme a contare i giorni del congedo in una giungla così potente e bella da nascondere benissimo i gialli Vietkong e da accogliere e raccogliere tutto l’orrore e la morte, lasciando che a Washington i politici se ne restino con in mano i loro coglioni. Alla fine è questo il primo grande film di Oliver Stone, premiato e rimasto negli anni nella pattuglia di quel cinema su cui la polvere difficilmente riesce ad accumularsi. Niente confronti e niente parallelismi, la voce fuori campo del volontario «crociato» Chris arruolatosi perché al college non imparava un bel nulla tiene le redini dirette di chi vuole colpire e fare riflettere. È un film compatto, valoroso, denso, che lascia un impatto straordinario senza avere nulla di memorabile e senza quella purezza di stile che gli avrebbe potuto far fare il salto di qualità finale lasciando volare via l’elicottero dall’inferno senza tante belle parole ormai seppellite nell’umidità, nella fatica, nella notte stellata e volate via con Elias. Dopotutto «L’inferno è l’impossibilità della ragione».

Platoon (id., Stati Uniti, 1986, dvd)
Regia di Oliver Stone




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28 febbraio 2005

>PREMESSA SALVADOR

Rumoroso lo è per davvero, in tutti i sensi del termine. È chiassoso, chiassoso nei dialoghi, quasi urlati e pessimamente doppiati. Richard Boyle ama il fracasso, il baccano, reporter semifallito tra la puzza dell’alcol, i fumi dei bordelli e una famiglia dimenticata da un pezzo, cronista che però ogni tanto si ricorda di esserlo, con terribili difetti come il gusto dell’avventura, la passione per il mestiere e il sincero schieramento politico. Il film è rumoroso perché Oliver Stone comincia, con tanti limiti, poca esperienza e il piglio da documentarista, a gettare le basi del suo carattere impetuoso per una cinematografia sospesa tra battaglia e denuncia. Rimane ben poco sul piano stilistico, con eventi che si susseguono regolari ma scollati, ammucchiati quasi l’uno sull’altro da una regia che lascia giustamente spazio alle immagini nonostante non abbia ancora ben chiare quali sono quelle che contano e quelle banali ma funzionali per far nascere strada facendo una storia di sentimenti attorno al protagonista. È chiaramente un film del suo tempo, con il pregio, non da poco, di lasciare in disparte retorica e facili morali, puntando tutto su una sceneggiatura ben scritta ma non altrettanto efficace e con il merito coraggioso di spostare qualche cadavere per vedere meglio un massacro su cui è calato il silenzio.

Salvador (id., Stati Uniti, 1986, dvd)
Regia di Oliver Stone




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27 febbraio 2005

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO - 7

Ma qual è il principio ideale che ci ha lasciato in eredità la Repubblica Romana? Qual è l’obbligo morale che dobbiamo raccogliere per ricordare degnamente gli uomini e le donne che commemoriamo e per fare in modo che quegli uomini e quelle donne che oggi commemoriamo non siano morti invano? Per rispondere è sufficiente riflettere su un fatto molto semplice: gli uomini e le donne che combatterono per la Repubblica Romana si chiamavano patrioti. Ma quella parola aveva allora un significato diverso da quello che essa ha per noi. Il patriottismo dei patrioti della Repubblica Romana era il patriottismo repubblicano.

Quali erano i caratteri distintivi di questo patriottismo? In primo luogo l’idea che patria vuol dire libera Repubblica, anzi, che vera patria è solo la libera Repubblica in cui i cittadini sovrani vivono insieme liberi ed uguali sotto il governo della legge. In secondo luogo la convinzione, legata alla prima, che amore della patria vuol dire amore della libertà comune, della Costituzione e delle leggi che difendono la libertà comune, vuol dire amore caritatevole dei cittadini, vuol dire amore dell’uguaglianza che solo la Repubblica permette e difende.

L’amore della patria che animava quei patrioti era dunque una forma di saggezza che si basava sulla consapevolezza che la cosa pubblica, il bene pubblico, sono il nostro bene individuale.

Per questo, quando il 3 aprile 1849 Mazzini, Saffi e Armellini, che hanno assunto la carica di triumviri, parlano al popolo romano, sottolineano che fine principale della Republica è far trionfare «Il Diritto sull’arbitrio e la santa Eguaglianza che Dio decretava a tutte le anime umane sul privilegio e sul dispotismo».

Era un’idea del patriottismo e dell’amore della patria che veniva da lontano. «L’amore della patria – aveva scritto Montesquieu nell’Avvertenza all’edizione del 1757 dell’Esprit des Lois – è soprattutto amore dell’uguaglianza». E per amore dell’uguaglianza intende l’amore dell’uguaglianza civile, l’eguaglianza fondata sugli uguali diritti dei cittadini e sul governo della legge.
(3.continua)

Maurizio Viroli




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26 febbraio 2005

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO - 6

Quando il presidente Abraham Lincoln andò a Gettysburg nel 1863, in piena guerra di secessione, per commemorare i caduti di una delle più orribili carneficine di tutta la guerra, parlò del sacrificio di quegli uomini, proclamò con un filo di voce, senza parole roboanti, ma con tutta la forza della convinzione interiore, l’impegno a continuare la lotta per far vivere su questa terra gli ideali per i quali avevano dato la vita i soldati caduti a Gettysburg.

Egli aprì il suo discorso, 272 parole in tutto, con queste parole: «Four score and seven years ago our fathers brought forth on this continent a new nation conceived in liberty, and dedicate to the proposition that all men are created equal». E chiuse il discorso dicendo: «We here highly resolve that these dead shall not have died in vain – that this nation, under God, shall have a new birth of freedom – and that government of the people by the people, for the people shall not peerish from the earth».

Quelle parole, quel discorso, durato non più di tre minuti in tutto, è tutt’oggi l’atto di rinascita della nazione americana come nazione democratica. Ecco la vera commemorazione. Purtroppo noi italiani non abbiamo un discorso di Gettysburg, un discorso pronunciato in un luogo significativo della nostra storia che sia diventato, generazione dopo generazione, il punto di riferimento del nostro ideale nazionale, del tipo di popolo che vogliamo essere. Eppure la Repubblica Romana è entrata per vie misteriose nei cuori degli uomini e delle donne, ha agito come forza potente di educazione morale e civile.

Questo fatto è ancora più sorprendente perché la Repubblica Romana è stata una sconfitta, innanzi tutto militare, ad opera del contingente francese, comandato dal generale Oudinot, il 4 luglio 1849. Essa finì con le parole ferme e sdegnose pronunciate dal segretario dell’Assemblea costituente, Quirico Filopanti, di fronte alle baionette dei soldati che avevano invaso la sede Municipio romano: «In nome di Dio e del Popolo degli Stati romani, che liberamente con suffragio universale ha eletto ha i suoi rappresentanti, l’Assemblea costituente romana protesta in faccia all’Italia, in faccia alla Francia, in faccia al mondo intero, contro la violenta invasione della sua sede operata dalle armi francesi alle sei pomeridiane del giorno 4 luglio 1849».
(2.continua)

Maurizio Viroli




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25 febbraio 2005

>CONVERSAZIONE CON STEFANO MORDINI

«C’è molta vita e normalità e questa è la forza del film». Stefano Mordini, classe 1968, regista marradese trapiantato a Ravenna, dopo oltre una decina di documentari, ha firmato quest’anno il suo primo lungometraggio cinematografico ed è finito direttamente a Berlino, a rappresentare l’Italia al Festival Internazionale del Cinema.

«Provincia meccanica», il titolo del film con Stefano Accorsi e Valentina Cervi, uscito nelle sale lo scorso 11 febbraio, racconta la storia della famiglia Battaglia, con Marco, operaio e turnista notturno, e Silvia, moglie in preda ad una sorta di nevrosi, che smette di mandare a scuola la figlia Sonia. Sullo sfondo, appunto, la realtà della provincia italiana che «Esercita un controllo sulle vite delle persone - spiega Mordini - e che produce un’omologazione non intesa come cattiva in sé, ma verso la quale bisogna stare molto attenti, perché non esiste più quella piccola provincia di spazi diversi che mantiene dentro di sé la differenza tra locale e globale».

Come da migliore tradizione, «Provincia meccanica» ha finito subito per dividere la critica. «A Berlino - dice Mordini -, esperienza stupenda e molto difficile, che ti costringe immediatamente a confrontarti e ad essere all’altezza con altre cinematografie di alto livello che non conosci, il film è stato accolto molto bene dal pubblico. Con la critica, invece, non cerco lo scontro, e sono soddisfatto che, nonostante fosse un’opera prima, la mia pellicola non sia passata inosservata».

In fondo, sempre secondo Mordini, il conflitto è insito nella natura stessa del film, con la coppia di protagonisti che appunto dà battaglia alle convenzioni sociali. «E pensare - sottolinea il regista - che quel cognome, Battaglia, è nato casualmente, mi piaceva soprattutto il suono, e poi ha preso senso nel corso della lavorazione del film, avvicinandosi come senso ai due personaggi».

«Provincia meccanica», che ha richiesto sette settimane di lavorazione, è stato girato a Ravenna e così subito è stato avanzato il parallelismo con «Deserto Rosso» di Antonioni. «Nessuna velleità - precisa Mordini - e solo valutando il mio lavoro a posteriori ho scoperto qualche piccola analogia. Il personaggio della Cervi è difficilmente commentabile, e forse per questo assomiglia a quello di Monica Vitti, diciamo trent’anni dopo». Non solo, perché «Provincia meccanica» racconta anche una precisa realtà operaia. «Deserto Rosso cominciava con lo sciopero, il mio film potrebbe raccontare la disillusione ideologica di quelli che potrebbero essere i figli dei figli dei manifestanti di allora».

E poi il tema dell’immigrazione, con la caratterizzazione dell’albanese Dragan detto il rosso che fugge ad ogni visione stereotipata. «La sua nave - prosegue Mordini - è più pulita della casa dei Battaglia, lui in fondo non è affatto un povero che viene da fuori, mentre Marco possiede tutto eppure non si sente integrato».

Così prosegue la narrazione di un film che è soprattutto indagine antropologica, nel quale il regista marradese ha lavorato spesso senza rifiutare la sua esperienza e influenza documentarista. «Da una parte c’è l’idea di fallimento e di passività di Marco e dall’altra una madre che prima deve risolvere molti problemi personali di donna. Tanto sfugge dai meccanismi logici, categoria con la quale tendiamo a raccontarci, anche se in realtà la nostra vita è appoggiata su soluzioni ben diverse». Ma il lieto fine è comunque possibile, proprio perché la realtà provinciale «È molto più immediata e vivibile, e mantiene in sé la possibilità di cambiamento brusco e veloce».

«Provincia meccanica» sta ottenendo buoni risultati al botteghino, con incassi che soddisfano Mordini, Accorsi e la Cervi, intervenuti al teatro degli Animosi di Marradi nel corso della serata di giovedì 24 febbraio. «Loro - dice il regista riferendosi ai due popolari attori - hanno avuto fin da subito il migliore approccio con i personaggi da interpretare, dimenticandosi quasi di essere attori e calandosi completamente nella parte».

Infine, dopo la Berlinale e il lancio del film nelle sale italiane, la meritata vacanza di un regista con oltre quindici anni di esperienza, docente nel Corso di laurea di scrittura per il cinema e la televisione presso la Iulm di Milano, che comunque, nel bene e nel male, sta molto facendo parlare di sé.




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