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28 novembre 2005

>VERO LUPO AUSTRALIANO

Nessuno è perfetto. Nemmeno questo regista sconosciuto ma parecchio capace e innamorato della sua terra più di ogni altra cosa. Due, e due soltanto, e due purtroppo, gli errori in tutto: il primo quando Mick, tramortito da un colpo al collo e lasciato inerme a terra nella scena immediatamente prima, carica così in fretta il suo fucile, e il secondo quando tra tutte le auto di quel garage, entrambi, porca miseria che coincidenza, scelgono la stessa. Ma per il resto, accidenti, siamo davvero dalle parti dell’orrore, con la e finale e senza davanti h stupide a richiamare quelle folle a cui ultimamente, tra cinesi, giapponesi e mostri vari, è stato concesso pure troppo. Perché il vero incubo è proprio questo, partire, tre giovinastri d’oggi e nemmeno troppo belli, con una macchina a noleggio e pochi soldi in tasca, con l’idea di girare un filmino delle vacanze e passare insieme tre settimane dell’estate (non qualsiasi) del ’99, e ritrovarsi poi in pieno outback costretti (non da ufo, sortilegi o poteri soprannaturali) a cercare disperatamente la sopravvivenza, sfuggendo a un tiratore scelto di canguri e di bisonti, preciso e ordinato nel suo progetto finalizzato comunque e sempre alla tortura, violenza e morte dei turisti in visita al cratere meteoritico. Il McLean impartisce la lezione a tutti: giocare con diversi registri di ripresa digitale, evitare di spaventare il pubblico prima del tempo o subito all’inizio, ammazzarlo poi di tensione per un po’ e chiudere con almeno tre quarti d’ora di terrore inimmaginabile eppur possibile. Sotto sotto c’è pure un fatto di cronaca vera e nera. Nessuno è perfetto, ma questo sì che è orrore con le palle.

Wolf Creek (id., Australia, 2005, sala)
Regia di Greg McLean




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27 novembre 2005

>CINDERELLA GOAL!

Santiago, immigrato clandestino, per campare pulisce le piscine e gioca in una piccola squadra locale sognando di emergere. Viene notato da un ex giocatore inglese, che lo catapulta nella fredda e piovosa Inghilterra per un provino al Newcastle United. Viene preso nelle riserve, si innamora della bella infermiera della squadra (che non esce coi calciatori perché sono dei montati… si vede che il regista non ha mai conosciuto le nostre veline!), fa amicizia col giocatore più bello, ricco e famoso della squadra (che tutto fa meno che giocare a calcio), si caccia nei guai, litiga con la morosa; però alla fine Santiago si smonta, l’amico birro si redime, i guai si risolvono, lo mettono in prima squadra e segna il goal della sua vita. Santiago, dunque, come novello Cenerentolo. Se Santiago fosse stato una donna, il ruolo sarebbe andato senza ombra di dubbio a Jennifer Lopez; se ci fosse stata J-Lo, la storia sarebbe stata quella della povera cameriera del Bronx che si innamora del bel miliardario e, anche se lui scopre le sue vere origini, si amano e vivono felici e contenti. Ma questo è già un altro film… però i paralleli sono impressionanti.
                                                                                                            __________
                                                                                                            di cla1789

Goal! (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Danny Cannon




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25 novembre 2005

>TUTTI VOLERE PINGUINO CHE MARCIA

L’abitudine riproduttiva dei pinguini è faticosa assai, ma tanto è l’unico scopo della loro vita. Il film non lo dice, che guai se no a rischiare il classico documentario, ma se il conto prevede qualche madre mangiata dalle murene, qualche padre che non torna dalla «marcia degli affamati», qualche pinguino che si perde per strada, qualche uovo che si congela nella danza che serve per metterlo dal ventre della madre sotto quello del padre e qualche piccolo divorato dagli uccellacci, allora il saldo finale sarà di certo negativo, e chissà se l’estinzione arriverà prima o dopo della distruzione di questi infiniti spazi del ghiaccio perenne. L’abitudine riproduttiva dei pinguini prevede un rapporto veloce e sicuro, le femmine cominciano a menarsi perché di maschi non ce n’è uno a testa, e chilometri e chilometri dopo un digiuno di mesi e mesi per procurare il cibo per sé e i cuccioli, che visto che hanno il pelo tutto grigio vuole dire che «hanno sempre fame». L’abitudine riproduttiva dei pinguini, evidentemente fondata su sacrificio e dedizione e diventata ben presto manifesto dei neocreo di tutto il mondo unitevi, è in realtà un trionfo di volontà e coraggio di una troupe che, col santino di Jacques Cousteau, si è presa la briga di sfidare, solo con entusiasmo e tecnologia, il gelo impossibile di terra e mare in cui questi Imperatori tra pesce e uccello vivono abitualmente, per riprendere, oltre al grande spettacolo della vita, ciò che sostanzialmente resta della bellezza pura e vera. Voce italiana senza infamia e senza lode, informazioni scientifiche ben poche e l’emozione, questa volta, non ha davvero paragoni.

La Marcia dei Pinguini (La Marche de l’Empereur, Francia, 2005, sala)
Regia di Luc Jacquet




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24 novembre 2005

>MELISSA P.?

Chi entra in sala dopo aver letto 100 colpi di spazzola esce deluso, e parecchio: non si può far altro che dare ragione alla vera Melissa P., che diceva di non andare a vedere il film (che tanto poi i diritti d’autore se li becca lo stesso). Chi entra in sala dopo aver letto 100 colpi di spazzola esce chiedendosi se per caso non avesse sbagliato sala, perché davvero il film non c’entra niente col libro. Pure chi entra in sala aspettandosi un film dai parecchi risvolti porno esce deluso. La storia è stata completamente stravolta: cambiano i personaggi, cambia il finale, neanche i 100 colpi di spazzola hanno più il loro significato originale: mentre nel libro si faceva riferimento ad una favola ed alla storia di una principessa, nel film invece sono collegati al ricordo di un amore giovanile non corrisposto della nonna di Melissa. Manca la Melissa-Lolita che se la fa col prof di ripetizione, mancano tutte le varie avventure erotiche, manca l’amico che si scopre gay e l’amica lesbica. C’è (o meglio, c’è ma non si vede) il padre, che lavora su una piattaforma petrolifera; c’è la nonna, l’unica ad aver capito che Melissa aveva dei problemi; c’è la mamma, che invece non si accorge di niente e neanche rimprovera la figlia quando se la ritrova in casa vestita da battona! E c’è una Melissa che non è la vera Melissa: prima di tutto, perché non corrisponde alle aspettative di chi ha letto il libro né per quanto riguarda l’aspetto fisico e il modo di vestire, né per quel che riguarda i suoi sentimenti. Manca il senso originale del libro: quel suo disperato bisogno d’amore, il bisogno di riempire quel vuoto che ha dentro e che cerca di colmare attraverso le più disparate avventure erotiche. La Melissa di carta ci aveva incuriositi, eccitati e al tempo stesso sconvolti con le sue storie; la Melissa di celluloide invece non convince: ci lascia insoddisfatti, delusi, e con un sapore amaro in bocca.
                                                                                                            __________
                                                                                                            di cla1789

Melissa P. (id., Italia/Spagna/Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Luca Guadagnino




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24 novembre 2005

>LE MIE DONNE PREFERITE - 1

Quando al pomeriggio mi chiese se stavo piangendo, gli dissi no, piangendo?, ma va’. Salvo poi, la sera stessa, andare da lei e dirle, che sì, beh, in effetti ero proprio sul punto di mettermi a piangere.

Ma forse, chissà, non era tanto quell’ammissione che lei raccoglieva pur c’entrandone poco e interessandole anche meno a segnare il punto di svolta con quella che per certi versi fino a quel punto era solo la sorella, quella più grande. Forse, chissà, di certo lei il panino al prosciutto e carota ancora se lo ricorda e ancora se lo ride, e io, golosa spiritosa confessione, le stavo appresso per guadagnarmi un pezzetto in più di delizioso ciocorì che ogni tanto preparava e portava a tutti. O forse, chissà, lei in fondo è cinefila da molto prima di me, s’inventa il derby e mi batte a calcio balilla, trova la canzone giusta, la frase giusta, al momento giusto.

Non che si vada sempre d’accordo, che giocare a calcio l’estate alle due, sotto il sole che cuoce e il caldo che opprime, è una gran bella soddisfazione, ma anche in quel caso, stupida arrabbiatura mia e nessun compromesso, ebbe ragione come al solito lei. E poi conosce la mia scrittura a matita, su un banco di scuola, e viaggia, viaggia talmente che non appena ha potuto, e a fine Novecento, è stata in Australia, mentre io, che in Australia ci volevo andare a cinque o sei anni, oramai ho lasciato quasi perdere il sogno. Del resto lei parla più di una lingua straniera, traduce per me lettere indirizzate a chi mai e poi mai potrà mai rispondere, e quando meno te l’aspetti ecco che all’improvviso fa saltare gli equilibri del gruppo.

Ora si è pure laureata. Dottoressa in Scienze diplomatiche e internazionali, per dire della sua vocazione a viaggiare, e alla discussione della tesi si stava scordando di fare le conclusioni ma in fatto di gusti ha pochi, e poche rivali. Da capire resta solo come faccia il Veneto a metterci addosso quella stupida ansia, e come faccia invece lei a non farsi quasi mai prendere dall’ansia. Pensavo quasi di doverle cominciare a dare del Lei, o che i gelati post partita e post film fossero d’ora in poi permessi solo previo appuntamento. Pensavo quasi che l’agente Aristide avesse chiuso per sempre con i servizi informativi e, golosa spiritosa confessione, di non poter più gustare i suoi manicaretti, bomboloni a Ferragosto e ricette future della Terra di Mezzo.

E invece, è ancora la mia migliore amica che ci sia. E poi è mora. Con gli occhi azzurri.




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23 novembre 2005

>CINQUE DITA DI MADAGASCAR

Il leone ha cinque dita, e un cartone animato con cinque dita è una roba davvero triste. E dire che comincia anche piuttosto bene, il ritmo delle visite del venerdì è scintillante come New York, l’atmosfera dell’ultima serata in cattività è quella giusta e dalla metropolitana alla stazione la zebra Marty, il leone Alex, l’ippopotama Gloria e la giraffa Melman conoscono il modo più semplice per divertire un pubblico che deve necessariamente lasciare fuori ogni tipo di pretesa. Non è del tutto vero che mancano le idee in sceneggiatura, è che la sceneggiatura invece che lasciare campo aperto per esempio ai pinguini (marginalizzati a sketch montati pure male e trattati peggio delle patetiche visioni da sonnifero inflitte ad Alex), pensa di risolvere tutto facendo (per i bambini) sbattere i quattro protagonisti dappertutto e in continuazione, e giocando (per gli adulti) con citazioni cinematografiche grossolane (ed essenzialmente musicali; almeno in Shark Tale bisognava cogliere il ritratto della Winslet alla parete) che sembrano essere quasi diventate obbligatorie in ogni film d’animazione, anche se in realtà sarebbe meglio puntare altrove. Non sulla computer grafica però, in evidente e legittimo stallo ancora per un po’ nonostante l’intuizione di rinnovare e riportare come indietro nel tempo i disegni dei protagonisti, e nemmeno sul doppiaggio, inflazionato ormai irrimediabilmente dalla performance di Veltroni. Le scimmiette piuttosto, a cui della Natura frega poco: «C’è una conferenza sull’anarchia sociale al Lincoln Center questa sera». Ottima.

Madagascar (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Eric Darnell e Tom McGrath




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