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27 gennaio 2006

>IL CINEMA DELLA MEMORIA - 3

La Francia. Dal 1945 al 1960, il silenzio sulla Shoah nella fiction cinematografica francese è assolutamente totale, nonostante il 1955 veda la comparsa di un documentario che avrebbe segnato la sensibilità del mondo intero sul tema: Notte e nebbia (Nuit et brouillard) di Alain Resnais. L’opera che esprime paradigmaticamente questo silenzio è Ritorna la vita (Rétour à la vie), primo film a sketches francese, diretto da André Cayatte (Le Rétour de tante Emma), Georges Lampin (Le Rétour d’Antoine), Henri-Georges Clouzot (Le Rétour de Jean) e Jean Dréville (Le Rétour de René e Le Rétour de Louis). Questi registi portano in scena le vicende del ritorno in patria di cinque deportati francesi. Tuttavia, nessuno di questi è ebreo, nonostante la deportazione per motivi razziali fosse stata in quella nazione di notevole entità.

L’unico film che faccia riferimento alla persecuzione ebraica, e che quindi funga da eccezione in questo periodo di oblio, è un’opera minore, Maître après Dieu (id., 1951) di Louis Daquin, tratta da un romanzo di Jean de Hartog, con la consulenza di Jorge Semprun. Si tratta della narrazione delle vicende di un gruppo di ebrei tedeschi i quali, espulsi dal Reich nel 1938, nel tentativo di raggiungere la Palestina, sono costretti a subire la generale ostilità da parte della popolazione europea.
In una Francia dominata dal mito della nazione resistente, la cinematografia focalizza la propria attenzione su questo tema, occultando la macchia del regime di Vichy e, conseguentemente, impedendo la nascita di una seria riflessione sulla Shoah. Illuminante, a questo proposito, è l’uscita nelle sale, nel 1949, del documentario Dramma al Velodromo d’Inverno (Drame au Vel d’Hiv) di Maurice Cam. Quest’opera non tratta della tristemente famosa prima retata degli ebrei parigini, intasati, appunto, nel Vélodrom d’Hiver, come si potrebbe supporre dal titolo, bensì di un banale regolamento di conti tra bande rivali di malviventi dopo una rapina alla cassa del velodromo.

Il cinema italiano. Dopo il 1945, il mondo ebraico cerca faticosamente di costruire una memoria della Shoah, con la creazione delle prime istituzioni della memoria e attraverso l’elaborazione delle prime, faticosissime testimonianze; tuttavia, nell’arco di qualche anno, i pochi sopravvissuti si rifugiano nel silenzio, soprattutto perché consci del fatto che la società non li voglia ascoltare. Essi sembrano affidare quasi inconsciamente solo a Primo Levi il compito di parlare per tutti. Dunque, quello che verrà definito il riflusso della parola, avverrà quasi contemporaneamente all’espansione della Guerra fredda. La società esterna appare sorda, i testimoni diventano muti. L’Italia, più di ogni altra nazione europea, sembra incatenata al confronto delle due ideologie dominanti: quella comunista e quella cattolica, nella totale assenza di chiarezza sulla peculiarità della persecuzione nazista nei confronti di alcune categorie sociali e religiose come gli omosessuali, i Testimoni di Geova, gli zingari e, soprattutto gli ebrei (straordinaria è la mancanza di pubblicazioni sul tema, così come della traduzione delle prime importanti opere straniere). In questo generale clima di disinformazione, giunge a prevalere l’interpretazione ideologica sovietica dell’universo concentrazionario, in base alla quale la deportazione degli ebrei diventa di fatto una parte della più grande deportazione politica. La tragedia ebraica viene conseguentemente inserita nella gloriosa quanto nebulosa resistenza della popolazione europea al nazismo.

Tuttavia, l’inserimento della deportazione ebraica nel filone resistenziale comporta dei problemi di difficile soluzione, quando non un certo imbarazzo: quale ruolo assegnare al milione e mezzo di bambini scomparsi in fumo nel cielo dell’Europa orientale, o alle migliaia di vecchi uomini e donne prelevati dagli ospizi per anziani e trasformati in cenere nei centri di messa a morte?
Ed infatti incomincia a diffondersi lo stereotipo della passività ebraica, in base al quale gli ebrei si sarebbero lasciati portare al macello come le pecore. Non vengono diffuse le notizie sull’eroica resistenza opposta dagli ebrei, disarmati, nei ghetti della Polonia, dei paesi baltici, della Bielorussia e dell’Ucraina, non viene posta alcuna attenzione alla partecipazione della popolazione ebraica alla Resistenza nei vari paesi dell’Europa occidentale, anzi, viene taciuto il fatto che quando scoppiava l’insurrezione del ghetto di Varsavia non esistesse ancora un solo maquis in tutta la Francia.

Non stupisce, dunque, il fatto che, nei primi quindici anni del dopoguerra, nei film italiani dedicati all’oppressione nazi-facsista e alla deportazione, sia quasi del tutto assente ogni riferimento alla Shoah. Gli ebrei, la loro discriminazione, la loro persecuzione (soprattutto la legislazione antiebraica fascista), la loro specifica deportazione, il loro assassinio di massa non sono presenti all’interno della produzione cinematografica neorealista. Per questa essi non esistono o, perlomeno, non sono così importanti da essere mostrati sullo schermo. La Shoah, in questo lungo periodo di ricostruzione, è completamente nascosta al grande pubblico.

Paradossalmente, il conseguente oblio sulla tragedia ebraica derivante dall’interpretazione ideologica comunista arriva a coincidere con quello derivante dall’ideologia cattolica. In relazione alla sorte degli ebrei, soprattutto nei confronti di quelli italiani, la chiesa si era macchiata di gravi colpe. Nel primo dopoguerra, il mondo cattolico è ancora fortemente condizionato da un antisemitismo teologico di tipo classico per iniziare una seria riflessione sulle sue responsabilità. Un cambiamento sarebbe avvenuto solo venti anni dopo la fine del conflitto mondiale, col Concilio Vaticano Secondo, grazie alle aperture di Giovanni XXIII. Questa ideologia non può non influenzare il mondo della cinematografia, dal momento in cui essa è fortemente improntata «all’ombra del campanile», come ha felicemente affermato lo storico del cinema Gian Piero Brunetta. Un dato interessante da rilevare è che, in quest’epoca, la società italiana non solo non produce nulla, ma censura anche la circolazione delle poche opere straniere sull’argomento.

Come si è rilevato, anche in Francia abbiamo una situazione analoga, tuttavia, a Parigi il pubblico può assistere alla proiezione de L’ultima tappa o di Fiamme su Varsavia. In Italia, questi prodotti restano sconosciuti, prevalentemente perché censurati. Non bisogna dimenticare il peso dell’influenza del mondo cattolico nel campo cinematografico. Come sostiene sempre Brunetta: «I cattolici sono la forza più organizzata in campo cinematografico. Hanno dieci anni di controllo di produzione alle spalle, grazie al Centro cattolico Cinematografico. Possono mobilitare un vero e proprio esercito di persone sul piano dell’esercizio, del controllo, della produzione, della critica e soprattutto della censura».

In questo lungo periodo, quindi, gli sforzi della società italiana sono volti a superare il passato attraverso un tentativo di rimozione che si concretizzerà, sia in campo cinematografico, sia successivamente in quello televisivo, con il recupero degli addetti ai lavori gravemente compromessi con la RSI, conseguentemente compromessi con il tentativo di distruzione dell’ebraismo italiano. In questo clima, il mondo dei media indica al pubblico come i tedeschi siano gli unici veri colpevoli della tragedia ebraica, contribuendo così a rinvigorire il mito degli italiani brava gente, sottacendo la responsabilità nazionale, come se l’Italia non avesse partecipato alle guerre di aggressione in Grecia, Jugoslavia, Albania e Russia, non avesse scatenato al proprio interno una campagna di stampa denigratoria e umiliante nei confronti dei propri cittadini di origine ebraica, non avesse messo in atto, in completa autonomia, un complesso di leggi che diminuivano i diritti degli stessi ebrei, non avesse attivamente collaborato, dopo l’occupazione tedesca, a rintracciare e ad arrestare intere famiglie ebraiche che avevano tentato di nascondersi, non avesse istituito campi di transito per il trasporto degli ebrei nel campo della morte di Auschwitz-Birkenau.

Non è un caso che il solo film che parli espressamente della Shoah, in questi interminabili quindici anni, sia un film che può essere definito antisemita: L’ebreo errante (id., 1948) di Goffredo Alessandrini. Questo regista era stato il simbolo della propaganda fascista, avendo realizzato opere quali Luciano Serra pilota (id., 1938), Noi vivi - Addio Kira! (id., 1942) e, soprattutto, Giarabub (id., 1942). Paradossale, tra l’altro, il fatto che, dopo la fine della guerra, egli sia stato uno dei pochi personaggi del cinema fascista ad essere sospeso, anche se solo per sei mesi, con Carmine Gallone e Augusto Genina, dalla Commissione per l’epurazione delle categorie registi, aiuto-registi e sceneggiatori del cinema presieduta da Alfredo Guarini. L’ebreo errante è la più compiuta rappresentazione cinematografica dell’interpretazione teologica cattolica della Shoah: il protagonista, Matteo Blumenthal, interpretato da un giovanissimo Vittorio Gassman, è infatti l’incarnazione del tristemente famoso mito dell’ebreo costretto a scontare una colpa secolare, ovvero la presunta uccisione di Gesù di Nazareth. In questa logica, la Shoah viene presentata come l’espiazione del colpevole deicidio. Ma questo riscatto è reso possibile solo dall’accettazione del nuovo messaggio evangelico, improntato sull’amore e sul perdono. Il sacrificio olocaustico che Matteo compie, e che altri ebrei compiranno in diversi film sul tema, da Kapò (id., 1959) di Gillo Pontecorvo a La settima stanza (Siódmy pokój, Italia/Ungheria, 1995) di Márta Mészáros, è assolutamente simbolico: non rappresenta solo il sacrificio della vita, ma anche, e soprattutto, il sacrificio della propria identità.

È il sacrificio dell’ebraismo, che si compie attraverso la morte di massa considerata come un tragico rito di passaggio verso una nuova speranza, e che implica necessariamente l’abbandono dell’identità religiosa, etica, culturale e nazionale. Questa redenzione, tanto simile a quella di Gesù di Nazareth, non è altro che una cristianizzazione della Shoah.

di Marcello Pezzettidi Marcello Pezzetti





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