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26 gennaio 2006

>IL CINEMA DELLA MEMORIA - 2

La Germania. Se osserviamo i film di produzione tedesca di questi anni, troviamo un esempio paradigmatico proprio nel primo prodotto sull’argomento: Gli assassini sono tra noi (Die Mörder sind unter uns, 1946) di Wolfgang Staudte. Quest’opera, che tra l’altro segna l’inizio della produzione cinematografica della Defa, ha un enorme successo nelle sale cinematografiche, tanto da raggiungere un incasso considerevole (ottocentomila spettatori), ma l’aspetto più interessante è che, nonostante si caratterizzi per la presenza di quello che viene definito dai tedeschi vergangenheitsbewältugung, superamento del passato (che poi si configura come una vera e propria messa a nudo del passato, dunque una presa di coscienza dello stesso), manchi in essa una pur minima analisi della tragedia che aveva colpito la popolazione ebraica, che rappresentava poi la tragedia per eccellenza la cui colpa ricadeva proprio su tutta la società tedesca. Questo superamento del passato, poi, avviene sì attraverso una denuncia del militarismo, ma mai viene denunciato il ruolo svolto dalla Wehrmacht nel processo di distruzione. Il soldato della Wehrmacht viene sempre rappresentato in modo positivo, come un individuo in perenne conflitto con la propria coscienza e sempre contrapposto alla figura dell’appartenente alle Ss, ovviamente connotate come una minoranza negativamente rappresentata. Ora, certamente questo film è il primo atto di rottura nei confronti del muro di silenzio che si stava edificando intorno alla tragedia del nazismo, tuttavia è doveroso sottolineare che in esso non c’è spazio per una discussione su quello che è avvenuto agli ebrei.

Se la Germania occidentale è già immersa nel clima della guerra fredda, clima che si caratterizza per una serie di dimenticanze ed oblii, nell’appena sorta Ddr comincia a farsi strada un’interpretazione del nazionalsocialismo che viene indicata dal Partito comunista sovietico e che, globalmente, verrà accettata da tutta la sinistra europea. A questa impostazione si conformerà la cinematografia di sinistra nell’intera Europa per decenni, impostazione che si caratterizzerà per l’assenza di una riflessione, sia sociologica che politico-ideologica, intorno ai meccanismi che hanno provocato la persecuzione ebraica, così come intorno alle dinamiche dello sterminio ebraico.

Naturalmente vengono prodotte anche alcune opere che rappresentano delle vere e proprie eccezioni nel panorama cinematografico del periodo. Nel 1947, la Defa produce il primo film a tema ebraico del dopoguerra, Matrimonio nell’ombra (Ehe im Shatten), diretto dall’esordiente Kurt Maetzig, un film realista, sobrio, equilibrato, lontano dal cadere nel didatticismo socialista, anche se molto soft. Nel 1948, in quella che sarebbe diventata la parte occidentale della Germania, viene prodotto un film che ha la Shoah come tema centrale, ma si tratta di un’opera realizzata solo da ebrei per un pubblico prevalentemente ebraico (circolerà, infatti, soltanto all’interno dei circuiti ebraici e non nelle sale cinematografiche tradizionali): La strada è lunga (Lang ist der Weg, Germania/Stati Uniti) di Herbert B. Fredersdorf e Marek Goldstein, recitato in yiddish, tedesco e polacco (e anche per questo il film non circolò in Europa). È interessante notare che si tratta del primo film in cui si parla abbondantemente di Auschwitz e inoltre si fa riferimento al vissuto ebraico delle vittime, ai rapporti conflittuali tra ebrei e polacchi e, addirittura, viene dedicato uno spazio alla resistenza ebraica al nazismo, tema che sarà completamente dimenticato dalla cinematografia (tranne in alcune rare opere che compariranno negli anni Ottanta) e che se trattato sarà preso in esame generalmente in modo molto ambiguo.

Nello stesso anno, compare un film che fa riferimento ad un caso di antisemitismo risalente agli anni Venti, Il caso Blum (Affaire Blum, 1948), un’opera atipica diretta da Erich Engel, regista altrettanto atipico, amico di Brecht. Negli anni Cinquanta, sempre in Ddr, Konrad Wolf inizia quello che verrà definito il suo intenso dialogo con la storia tedesca, realizzando l’ottimo Stelle (Sterne, Repubblica Democratica Tedesca/Bulgaria, 1959). Il film narra, senza forzature propagandistiche, di un sottufficiale tedesco che si trova a contatto con un gruppo di ebrei macedoni rinchiusi in un ghetto di transito in Bulgaria prima di essere deportati ad Auschwitz, ed è il primo lavoro cinematografico tedesco che faccia riferimento ad una situazione di ghettizzazione. Ciò che stupisce, infatti, è l’ottima messa in scena del ghetto, ricostruito con precisione e nei dettagli. Notevole è anche la rappresentazione dei personaggi ebrei: dal momento in cui si tratta di ebrei macedoni, quindi sefarditi, essi vengono fatti recitare in castigliano e tutti i loro dialoghi sono in questa lingua non ufficiale, ovviamente sottotitolata.

Se dovessimo tracciare un pur sintetico bilancio del cinema tedesco del primo dopoguerra, potremmo sottolineare il fatto che questo, soprattutto nella sua parte occidentale, dedica alla Shoah uno spazio certamente limitato, ma che è forse l’unica nazione occidentale che ne dedica uno, anche se ridotto. Questo fatto assume ancora più valore se si tiene presente che, soprattutto negli anni Cinquanta, questa nazione si trova in piena Guerra fredda e che ampi strati della sua società pensano che il superamento del passato non possa avvenire se non liquidandolo nell’oblio. Tuttavia, possiamo ritenere corretto il giudizio di Jutta Brückner, la quale sostiene che questo periodo si caratterizzi soprattutto per la rimozione e il silenzio. Per di più, le opere che si sottraggono a questa regola non possono essere considerate certo dei capolavori. Forse, come afferma Roland Schneider, «I tedeschi avevano dimenticato M - Il mostro di Dusseldorf (M, Germania, 1931) di Fritz Lang, non volevano ricordare Süss l’ebreo (Jud Süß, Germania, 1940) di Veit Harlan, non erano in grado di ispirare un Paisà (id., Italia, 1946) di Rossellini».

La Polonia. È proprio nella cattolicissima Polonia, dove erano stati istituiti i campi della morte per ebrei di Chelmo, Belzec, Sobibór, Treblinka e Birkenau, che la cinematografia locale realizza le opere contenenti le più rigorose ricostruzioni dei luoghi della Shoah che siano mai comparse sugli schermi. Del resto, questi luoghi rappresentano una realtà ben conosciuta da tutto il popolo polacco e non una semplice astrazione. Il primo film realizzato sul tema è L’ultima tappa (Ostatni etap, 1948) di Wanda Jakubowska. Si tratta di un capolavoro, tuttavia diviso in due parti ben distinte. Nella prima viene mostrato, con stile documentaristico e attraverso un ritmo quasi ossessivo, il funzionamento di Birkenau, quasi si trattasse di un reportage; la seconda narra della resistenza delle prigioniere ed è certamente la parte più debole del film, perché troppo intaccata dall’ideologia e perché l’emozione e i sentimenti presenti cedono il posto alle esigenze del quadro politico e del pathos fine a se stesso. Tuttavia, anche nella prima parte, ossia quella descrittiva, c’è un problema di fondo: la connotazione delle vittime.

Sappiamo che a Birkenau la maggior parte delle vittime, quelle che subivano la selezione iniziale e le varie selezioni interne, ovvero quelle che subivano lo sterminio di massa, appartenevano al popolo ebraico. Nonostante ciò, la regista, la quale pur essendo ebrea era stata deportata come politica, proprio a causa della sua appartenenza ideologica (era una militante del Partito comunista), propone con forza la tesi economicista dell’universo concentrazionario, così come l’associazione biunivoca tra la deportazione politica e quella razziale. Questo fa sì che la Jakubowska taccia colpevolmente il fatto che la maggior parte delle vittime non fosse costituita da oppositori politici, bensì da ebrei, e che comunque questi fossero destinati per lo più alla morte e non allo sfruttamento attraverso il lavoro. Nel film ciò non viene menzionato e questa interpretazione condizionerà fortemente tutta la cinematografia della sinistra europea.

Nonostante la presenza di questo problema, e soprattutto nonostante la parte finale il film, L’ultima tappa costituisce una delle migliori rappresentazioni del luogo Auschwitz-Birkenau. Nel 1949, Aleksander Ford, l’uomo forte del cinema polacco, colui che aveva dato alla luce il famoso documentario sulla liberazione del Kl-Majdanek, realizza un’opera fondamentale: Fiamme su Varsavia (Ulica Graniczna), ovvero il primo film sul ghetto di Varsavia. Si tratta della tragica epopea del più grande ghetto istituito dai nazisti, un film in cui si narrano le vicende che si svolgono al suo interno attraverso gli occhi di un bambino ebreo, di nome Dawidek. Ma soprattutto è una delle poche opere che facciano riferimento ad un autentico vissuto ebraico. Questo è un dato certamente non irrilevante, dal momento in cui troppo spesso vengono realizzati film a tema ebraico in cui, purtroppo, il loro mondo, il loro vissuto non viene rappresentato. Troppo spesso i registi che affrontano il doloroso tema della Shoah non posseggono la pur minima conoscenza né degli ebrei, né di quello che è loro avvenuto.

Rilevante è il fatto che la Polonia, pur essendo ridotta ad un cumulo di macerie forse più della Germania, conseguentemente priva di mezzi economici necessari per la sua ricostruzione, molto scarsamente aiutata dagli alleati, produca queste opere fondamentali sul tema.

Il resto dell'Europa dell'est. In questi anni del primo dopoguerra, la cinematografia dell’Europa orientale in genere, Polonia a parte, non è particolarmente sensibile nel proporre il tema dello sterminio ebraico. Vengono prodotte alcune opere documentarie, tuttavia la fiction rimane stranamente silenziosa. Questo per almeno due motivi: il primo è naturalmente in stretto rapporto con la precaria situazione economica, il secondo è dato dal senso di colpa per l’attiva collaborazione che quasi tutti i paesi di questa parte dell’Europa avevano offerto ai nazisti durante il loro tentativo di distruzione della popolazione ebraica.

Solo la Cecoslovacchia si sottrae, anche se in modo tenue, a questa regola, soprattutto grazie all’impegno di Alfred Radok, il quale realizza, nel 1948, un’opera documentaria sul ghetto di Theresienstadt definita da André Bazin un «lavoro eccezionale», «positivamente sovraccarico di riferimenti estetici». Gli altri paesi del blocco comunista brillano per il loro silenzio.

di Marcello Pezzettidi Marcello Pezzetti





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